giovedì 2 dicembre 2010

DA ADRO A JEAN JACQUES ROUSSEAU (passando per Zaia)

Di fronte alle esigenze della politica nazionale la vicenda della scuola di Adro è forse passata un po’ in secondo piano. Dopo le prime impressioni, le prime indignazioni, le contro-impressioni e le contro-indignazioni, se ne è parlato sempre meno. Dal mio punto di vista, si è persa un’occasione per porre alla Lega Nord alcune domande importanti sul funzionamento dei meccanismi democratici e per entrare nel merito anche dell’ethos che anima alcuni suoi intimi convincimenti circa la natura della democrazia (la Lettera aperta al sindaco Tosi, che si era pronunciato in maniera dissennatamente ambigua, è rimasta purtroppo senza risposta, nonostante il sindaco Tosi si sia sempre vantato di essere “vicino” ai cittadini” e alle loro richieste; ho provato a fare qualche ipotesi sull’ethos leghista in Appunti sulla regressione).

Nel frattempo, però, i professori e il personale della scuola hanno proceduto a occultare i simboli (che il sindaco continuava a non voler rimuovere, sollevando, in maniera davvero clownesca, addirittura il problema dei fondi per la rimozione), in attesa dell’ordinanza del Tribunale di Brescia, finalmente arrivata, che obbliga il sindaco a rimuovere i simboli. Significative le motivazioni date dal giudice Gianluca Alessio: “Saturazione degli ambienti scolastici con il simbolo di un partito”,“Distorsione del contesto educativo”, e ancora: “Ambiente che si connota per una sorta di vero e proprio inquinamento con segni partitici”. Motivazioni che ridicolizzano la pretesa leghista che il “solo delle alpi” fosse “soltanto” un simbolo della tradizione.

Quando il consiglio d’istituto aveva proceduto, sua sponte, all’occultamento (manuale: nastro adesivo e sim.), il sindaco aveva tuonato: “la volontà della giunta va rispettata”, e nei giorni successivi la giunta stessa ha messo in atto una serie di iniziative volte a imporre alla cittadinanza il “sole delle alpi”, che il sindaco e i suoi volevano inserire nel vessillo comunale (qui). Mi chiedo se un sindaco e una giunta che mettono in atto simili iniziative possano essere considerati costituzionali. Una gestione della cosa pubblica così apertamente discriminatoria è ancora compatibile con i fondamenti costituzionali del nostro vivere democratico? Tanto più che la discriminazione non è tentata da Lancini e dai suoi solo a livello simbolico (che non significa però che non sia reale), ma si è già incarnata in tentativi quale quello di limitare le prestazioni sociali del comune ai soli cittadini dell’unione europea, un tentativo che è stato giudicato ovviamente penalizzante e discriminatorio (ma si potrebbe dire anche apertamente razzista, senza girarci attorno) e quindi bloccato con un ordinanza dal giudice del lavoro Mancini (qui). La vocazione discriminatoria di una tale giunta è innegabile a meno di disonestà intellettuale. Un partito come la Lega Nord, che fa parte dell’arco costituzionale (anche se ha vissuto fasi di palese incompatibilità con la nostra costituzione), non dovrebbe rispondere del comportamento ripetutamente anticostituzionale delle sue giunte?

Ovviamente non si può chiedere alla Lega Nord di farlo, perché la sua idea di democrazia è abbastanza lontana da quella espressa nella nostra carta costituzionale ed espressa dalle democrazie liberali. Per questo la lettera aperta a Tosi è rimasta senza risposta: avrebbe costretto il sindaco Tosi, mi pare, ad ammettere che la sua idea di democrazia è diversa da quella che prevede una tutela delle minoranze, e che si avvicina all’idea della dittatura della maggioranza. Mi è capitato, qualche giorno dopo aver scritto la lettera a Tosi, di ascoltare Zaia a Otto e Mezzo. Probabilmente la trasmissione della Gruber è un terreno scivoloso per il leghisti, perché anche lì Zaia ha detto qualcosa di davvero strano. Ha detto che la Lega governa secondo il modello espresso da Rousseau nel Contratto Sociale, “rispettando la volontà degli elettori”. Cercando un po’ di qua e di là ho scoperto che la citazione di Rousseau è un cavallo di battaglia del governatore, che lo cita appena può. In un’intervista a siamodonne.it (che vi invito a leggere: in un paragrafo- la quarta domanda- solo si ritrovano parole tratte dal vocabolario del miglior liberalismo assieme ad espressioni che ricordano l’identitarismo comunitarista basate sulle parole d’ordine “sangue e terra” dei totalitarismi di destra, e in cui la parola terra richiama, con voluta ambiguità, la Terra dei movimenti ecologisti e il “suolo” dei movimenti fascisti) Zaia dice: “ho sempre cercato di rispettare il contratto sociale di Rousseau, secondo cui il popolo delega i rappresentanti delle istituzioni a governare”. Ma Rousseau, intanto, è noto per la sua critica radicale alla democrazia rappresentativa, che funziona cioè secondo il principio della delega e che è il modello su cui si basano le democrazie moderne ( il suo modello di democrazia, basato sull’ideale greco della polis e sulle piccole comunità svizzere (era ginevrino), è quello della democrazia diretta: “L'unico modo per formare correttamente la volontà generale è quello della partecipazione all'attività legislativa di tutti i cittadini, come accadeva nella polis greca: l'idea che un popolo si dia rappresentanti che poi legiferano in suo nome è la negazione stessa della libertà.(J.-J. Rousseau, Il contratto sociale III, 15)); e in secondo luogo Rousseau, che riconosce un potere assoluto di legiferare alla volontà generale (cosa abbastanza diversa dalla separazione dei poteri delle liberaldemocrazie), la distingue nettamente dalla “volontà della maggioranza”, perché, come spiega Burgio, “nella misura in cui possono riferirsi ad istanze apparenti (non razionali), le preferenze espresse dalla maggioranza (e persino dalla totalità) dei membri del corpo politico non sono in quanto tali la base di deliberazioni legittime (di “leggi” in senso proprio)” (Burgio, in Rousseau, Il contratto sociale, p. 29). Il che è esattamente il contrario del populismo che la Lega continua a sbandierare, che invece tende pericolosamente a collassare la prima volontà sulla seconda (che per Rousseau è fonte legittima di deliberazioni). Inutile ripeterlo ancora una volta, o anzi forse, nella speranza che magari Zaia legga questo post (?) è forse il caso di non risparmiarsi: proprio perché è impossibile capire quando una maggioranza è volontà generale, e proprio perché invece è facile capire quando una maggioranza è maggioranza numerica, esistono le costituzioni, che rappresentano il limite infrangibile contro cui una maggioranza eletta deve sempre regolarsi, e che salvano le minoranze (nelle democrazie liberali) dall’arbitrio delle maggioranze. Chiudo facendo una domanda a Zaia…. Chissà mai se gli arriverà. Secondo te, Luca, che cosa avrebbe detto Rousseau della vicenda di Adro?


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