domenica 5 settembre 2010

RITORNARE A MARX… PER RILANCIARE L’UOMO. APPUNTI PER UN NUOVO UMANESIMO.


Ieri sono stato alla presentazione, a Verona, del libro di Diego Fusaro Bentornato Marx! Rinascita di un pensiero rivoluzionario. Più che una presentazione è stato un dialogo filosofico-politico, una maratona tra concetti, storia, filosofia e politica della durata di tre ore, con un’ottima partecipazione di pubblico che, tutt’altro che stanco, ha animato un vivace e proficuo dialogo che sarebbe forse andato avanti ancora se la scaletta organizzativa l’avesse consentito. Una smentita a chi pensa che la filosofia non interessi a nessuno, insomma…

La lettura che Diego Fusaro dà di Marx ha un doppio innegabile pregio. Ricollega drasticamente e senza mezzi termini Marx a Hegel, mostrandone con cura il superamento in senso materialistico evidenziando al tempo stesso il debito consistente che l’impianto filosofico marxiano ha verso quello del suo maestro; dall’altro, l’insistenza sul tema della libertà, della libertà individuale (già: proprio quella libertà che di solito si pensa appannaggio del moderno liberalismo, e che per il collettivo immaginario non è che la “promessa tradita”, la “barbarie” dei regimi comunisti), mostra ipso facto l’importanza che in Marx ha la dimensione utopica, lo slancio verso un futuro di piena realizzazione dell’interezza umana, nella stessa impostazione del metodo di critica verso il presente.
Come sempre, ogni lettura genuinamente filosofica di un autore del passato è anche una dichiarazione di intenti. È filosofia essa stessa, e una lettura di Marx non può che essere filosofia politica. Anzi: politica, direi, nella misura in cui la filosofia con Marx recupera la vocazione pratica, lasciandosi alle spalle la mera interpretazione del mondo per lanciarsi nell’avventura della sua trasformazione, come affermato nell’undicesima tesi su Feuerbach; ogni lettura genuinamente filosofica di Marx, allora, è essa stessa politica, e la dimensione politica della proposta teoretica di Fusaro credo che stia principalmente nel rilancio del Marx “umanista”. È un’operazione che, nella storia interpretativa di Marx, cioè nel marxismo, può apparire arbitraria, e che può essere osteggiata (ricordo soltanto il saggio di Althusser Marxismo e Umanesimo, in cui il filosofo francese scrive : “il marxismo è un antiumanismo”, intendendo con ciò significare però che l’umanesimo borghese era per Marx una ideologia che andava smascherata, e niente affatto che Marx fosse contrario ad un mondo in cui l’uomo fosse valorialmente posto al centro); ha però il merito di essere una proposta netta che mette in evidenza le proprie carte senza nascondersi. Rimettere al centro l’uomo significa, infatti, seguire Marx nella critica dell’esistente, del tardo (o turbo) capitalismo, del quale si può (deve) dire che rappresenta il sistema più illogico della storia umana, con la sua ricerca del profitto (valorizzazione del valore) che, per realizzarsi, deve colonizzare ogni minimo spazio della vita personale, agendo sulla creazione di desideri innaturali e gabellandoli, invece, per necessità inderogabili; e significa anche, contemporaneamente, delineare una possibile linea di azione per le forze politiche. L’unica alternativa, oggi, secondo Fusaro, è quella tra capitalismo e anticapitalismo. Da una parte c’è il pensiero dell’illimitato, dell’illimitata valorizzazione del valore, dello sfruttamento orizzontale (dell’uomo sull’uomo) e verticale (dell’uomo sull’ambiente), e dall’altra c’è la possibilità di ritrovare la strada verso un mondo più “a misura d’uomo”, come direbbero i greci, cominciando con un netto rifiuto della riduzione della varietà dell’esistente, nella sua irriducibile differenzialità, alla forma merce, all’equivalente generale che è il denaro.

Come ribadito recentemente dalla sociologa Saskia Sassen, il capitalismo è ben lungi dall’essere un sistema autoregolantesi. Esso ha invece l’effetto di richiedere un rafforzamento del potere esecutivo proprio perché richiede rapidi interventi e non ammette rallentamenti parlamentari, richiedendo anzi la creazione di una rete di poteri in grado di influire sugli andamenti del mercato. La proposta di Sassen è attraente: occupare quella stessa rete esecutiva in modo da far prendere alla politica planetaria una direzione alternativa. Come dire: abbiamo un timone dal quale governare il mondo, occupiamolo e facciamo cambiar rotta a questa benedetta nave. Eppure, la crisi ha mostrato come il timone, che ha, eccome, bisogno di timonieri, sia rimasto sempre nelle stesse mani. E questo perché “siamo condannati ad un eterno presente”, come dice Fusaro, intendendo che dall’ ’89 si è assistito ad un progressivo spegnimento di qualsiasi pensiero dell’alternativa, con la riduzione dell’uomo occidentale alla condizione del prigioniero platonico, che vive in una caverna, in un mondo di ombre, scambiando quel suo mondo per l’unico possibile. Così, oggi, le crisi non possono che essere ridotte a momenti perturbativi di un equilibrio che tuttavia viene sempre considerato il migliore possibile.

Ripartire dall’idea di uomo, di “natura umana”, come dice Fusaro, avrebbe allora il senso di porre il primo scalino su cui poggiare il piede per ripensare l’alternativa. Questo nuovo umanismo è tutto da pensare nei suoi contenuti positivi (e io vedo proprio in questo il compito che gli intellettuali oggi dovrebbero assolvere), ma deve partire dall’idea che oggi stiamo assistendo alla sua negazione. Rifiuto dell’onnipervasività della forma-merce e rifiuto della sua centralità; primato della politica sull’economia: questi sono i punti da cui partire per la costruzione di un nuovo umanismo. E di un nuovo futuro che non sia la stanca, misera replica del presente. Perché “il capitalismo siamo noi”, siamo noi che lo mandiamo avanti, oggi, con il nostro tacito consenso. E perché il capitalismo ha una sua data di scadenza, come prevedeva Marx, ma non può averla se non siamo noi a volerla, questa fine.

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